[Cronache cromatiche]

Ragazzi di colore alla finestra

Ci sono mille buone ragioni per restare affacciati alla finestra, nel tuo quartiere di mattoni rossi.

La peggiore è fare la sentinella. Per evitare che nel tuo quartiere nero di mattoni rossi, giochino a tris, con delle croci bianche.

 

[Le palle di Rubik]

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Si stancò molto presto della regolarità. Degli angoli. Degli spigoli. Delle linee e delle facciate. Tra l’altro sei facce gli sembravano anche poche.

Insomma, si era subito rotto le palle.

Ecco, le palle. L’alternativa alle geometrie. Il nuovo cubo.

La soluzione al cubo. Una potenza!

[Liberamente tratto dal diario di Erno Rubik]

Dietro le finte

 

Risultati partite punteggio

Mentre continuavano con le finte, Patrick aspettava dietro le quinte.

Mentre continuavano con le finte ballerine e le fughe solitarie verso la linea di meta, Patrick se la spassava col suo ghigno, appena sotto le assi di ebano.

Nessuna fuga verso la meta avrebbe cambiato il corso delle cose, se non avesse aggiornato il punteggio. L’importanza, dietro le quinte.

L’importanza di non essere protagonista.

[Manu/brio]

manubrio bici da corsa vintage

Quando si trovò a mezz’aria, coi piedi che scommettevano con la gravità, riuscì a guardare verso il basso quel manubrio insolito.

E pensò che da ragazzo avrebbe fatto meglio a inforcare un manubrio vero, in equilibrio su due ruote, piuttosto che farsi inforcare. Suo padre glielo ripeteva sempre. Ripensò alla vecchia bici in campagna, alle rotelle che lo educavano, al brio dei pomeriggi.

Ricadde sulla sabbia grossa, color ocra. Aveva il giacchino nero sporco di sangue e il toro lo scalciò con violenza verso i picadores.

[Manuel Brioso – Pamplona – Giugno 1974]

[Raf-freddure]

Groucho Marz e indagatore dell'incubo

Groucho continuava a lamentarsi sarcasticamente.
Immaginò una delle sue freddure e sentì una fitta sullo zigomo.
Di freddo, versò una goccia di sudore sul collo. Poi un drink analcolico alla frutta, in un bicchiere accanto a un galeone incompleto. Si soffiò il naso.
Lo mandò giù, il drink. Fantasticava un’altra freddura quando un dolore lancinante gli bloccò il mento.
Si mise a sedere, continuò a scrivere su una moleskine di battute quando la mano si irrigidì in un pizzico pungente come la sua ironia.Si soffiò il naso.
Si arrese accendendo un sigaro con una espressione sarcastica e franò in un altro starnuto londinese.

A Ipanema intanto, l’indagatore dell’incubo continuava a infilare spilloni in un pupazzo di lana grossa e cotone americano.

[L’asse nella manica]

calcio di una volta in inghilterra

Non ci aveva dormito per tutta l’estate.

Sollevava gli scarpini chiodati dall’erba gelata e assumeva la posizione di una ballerina. Muoveva il braccio sinistro come fosse l’asse di una carrucola che si sposava al suo completo bianco latte e nero sporco, di cotone pesante. Aveva diciannove anni, l’età minuta per un centravanti di seconda divisione inglese. Non ci avevo dormito per tutta l’estate. Poi capì. Capì che poteva celebrare i suoi traguardi personali con una semplice e ingegnosa forma del suo corpo. Quello era il n°1 e lui ne aveva 19 anni, di anni. Sulla schiena acerba, il numero più importante. Per tutta la stagione si lasciò fotografare di spalle, dalla porta e dopo ogni marcatura, mentre sollevava gli scarpini chiodati.

Segnava alla vita e alle squadre con l’estro, il genio, la fantasia.

 

[Thè ssuto]

neri e piantagioni di cotone

Lavoravo come un nero in una piantagione di cotone.
In realtà ero un nero.
Me ne dimenticavo perchè nei campi era tutto bianco come un capodanno in qualche stato del nord.
Ma noi eravamo in Louisiana.
Vestivo una tuta ruvida di stoffa dura, il cotone peggiore per chi coltivava cotone.
Mi ricordavo dei racconti delle piantagioni di thè dall’altra parte del mare. Noi col cotone, col tabacco, caffè e zucchero. Loro con la bevanda dei signori.
Ma ci portavamo addosso lo stesso tessuto ruvido di stoffa dura e lo stesso tessuto ruvido della stessa classe sociale senza futuro.